Taranto, il nodo non è un nuovo terminal: è riqualificare gli ex Tct prima che arrivino i traffici
A Taranto il terminal nuovo conta, ma non basta. La Taranto Port Workers Agency nasce per formazione e ricollocazione degli ex Tct: prima dei volumi promessi servono competenze, clausole e avviamenti veri.
Un terminal nuovo si vede. Un corso fatto bene no, almeno finché non diventa un turno in banchina. Per Taranto, però, il punto sta lì. La notizia più comoda da raccontare è l’infrastruttura: il terminal crociere, la concessione, le nuove superfici, il calendario che guarda alla stagione 2027. La domanda meno comoda è chi lavorerà quei traffici, e con quali competenze.
La Taranto Port Workers Agency non è nata per tenere in sospeso una platea di lavoratori. Sul sito dell’Autorità di sistema portuale del Mar Ionio, la società è descritta come agenzia per la somministrazione del lavoro in porto e per la riqualificazione professionale. È stata costituita con delibera del Comitato n. 10/2017 del 19 giugno 2017, dentro il perimetro dell’articolo 4 del decreto legge 243/2016, poi convertito dalla legge 18/2017. Negli elenchi sono confluiti i lavoratori in esubero delle imprese autorizzate alla movimentazione dei container che, al 27 luglio 2016, erano già dentro regimi di sostegno al reddito.
La formula ufficiale è asciutta, ma dice molto: l’agenzia svolge attività di supporto alla collocazione professionale, anche attraverso formazione, in rapporto alle iniziative economiche e agli sviluppi industriali dell’area dell’Autorità portuale. Non è un parcheggio eterno. È uno strumento che dovrebbe accompagnare il ritorno al lavoro quando il porto ricomincia a chiedere braccia, patenti, abilitazioni, capisquadra, operatori di mezzi e figure tecniche. La pagina dell’Autorità lo mette nero su bianco nella scheda ufficiale della Taranto Port Workers Agency.
Il traffico non basta
Taranto ha già una dotazione che sulla carta pesa. Il terminal contenitori al Molo Polisettoriale è in concessione dal 2019 a San Cataldo Container Terminal, controllata da Yilport. L’Autorità portuale indica un’area di un milione di metri quadrati, fondali programmati a meno 16,5 metri e una capacità dichiarata tra 2 e 2,5 milioni di Teu. Teu significa il container standard da venti piedi: è l’unità con cui si misura la capacità container.
Nel settore crocieristico, il 20 febbraio 2026 l’Autorità portuale e Taranto Cruise Port hanno firmato un accordo quadro per un nuovo terminal dedicato alle crociere. È una promessa infrastrutturale precisa. Ma una banchina, da sola, non ricostruisce un ciclo del lavoro. Se arrivano navi e passeggeri senza una filiera locale pronta, il porto compra servizi dove li trova. Se invece la formazione arriva prima dei volumi, una parte della ricaduta resta a Taranto.
Qui l’ordine dei fattori cambia il risultato. Prima si mappano le competenze residue degli ex Tct. Poi si misurano quelle mancanti rispetto ai profili richiesti dai terminal, dalla logistica, dal freddo, dalla crocieristica, dalla manutenzione e dai servizi portuali. Solo dopo ha senso parlare di ricollocazione. Altrimenti il rischio è noto a chi vive le banchine: un corso generico, un attestato in tasca, e nessuna chiamata.
Il JTF mette soldi sulla formazione
La Regione Puglia ha aperto nel 2026 l’avviso JTF Portuali dentro il Programma nazionale Just Transition Fund 2021-2027 per il Piano territoriale di Taranto. L’avviso finanzia percorsi formativi sperimentali di riqualificazione e aggiornamento professionale. I destinatari indicati dalla Regione sono lavoratori e lavoratrici già dipendenti di Taranto Container Terminal, iscritti alla Taranto Port Workers Agency, beneficiari dell’Indennità di Mancato Avviamento e presi in carico dal Centro per l’impiego di Taranto per profilazione e ricostruzione delle competenze.
Le risorse totali stanziate sono 1,5 milioni di euro. La Regione parla di crediti formativi in ingresso, cioè riconoscimento di ciò che il lavoratore sa già fare, sulla base del bilancio individuale. È un passaggio concreto. Un gruista, un addetto piazzale o un operatore con anni di porto alle spalle non riparte da zero. Ma non basta scriverlo nel bando: bisogna trasformarlo in moduli corti, prove pratiche e qualifiche spendibili. La sintesi dell’avviso è nella scheda regionale JTF Portuali 2026.
Il punto politico è questo: il porto non deve scegliere tra cemento e lavoro. Deve legare le due cose. Se il nuovo terminal crociere chiede assistenza passeggeri, safety, security, movimentazione bagagli e coordinamento a terra, i percorsi devono guardare anche lì. Se il container torna a crescere, servono persone abilitate a lavorare su piazzale, mezzi, gate, ferrovia e reefer. Se la transizione industriale porta altre attività, bisogna sapere prima quali mansioni produrrà davvero.
Una prova per tutti
Per i lavoratori ex Tct la formazione non è un favore. È il minimo per rendere credibile la parola ricollocazione. Per l’Autorità portuale è una prova di governo: dimostrare che gli strumenti creati nel 2017 non restano una lista amministrativa. Per gli operatori è una domanda semplice: quando chiederanno nuova manodopera, avranno davanti persone già profilate e riqualificate, oppure ricomincerà la discussione da capo?
Taranto conosce bene la differenza tra traffico annunciato e lavoro visto in busta paga. Il porto può anche avere fondali, binari, terminal e concessioni. Ma una comunità portuale non si ricostruisce con i rendering. Si ricostruisce quando una competenza vecchia viene aggiornata, certificata e rimessa a turno prima che la nave sia già sotto bordo.
Foto di copertina: Benjamin Smith — Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0