Negli ultimi giorni dal Baltico sono arrivate due notizie che, prese insieme, dicono una cosa sola. Eckerö ha chiesto alla Svezia una strategia portuale che tenga aperti i collegamenti con Åland e la Finlandia anche se un grande porto si ferma. E intanto nascono nuove rotte Ro-Pax, come la Karlshamn–Danzica, che moltiplicano i modi di entrare e uscire da un Paese. 🇸🇪

C’è un filo che le lega: al Nord hanno smesso di considerare i traghetti un servizio di trasporto e hanno cominciato a considerarli una parte della rete di sicurezza nazionale. Vale la pena fare la stessa domanda qui.

Quanto dipendono davvero le isole italiane

La risposta breve è: quasi del tutto. Sardegna e Sicilia ricevono via mare la parte largamente prevalente di ciò che consumano ogni giorno — alimentari freschi, farmaci, carburanti, materiali edili, ricambi, merce per i negozi.

L’aereo esiste, ma non sposta merce pesante in quantità: un cargo aereo non porta il gasolio, non porta il grano, non porta il camion frigorifero. Il ponte, in Sicilia, non c’è. Resta la nave. Ogni giorno, senza interruzioni, tutto l’anno.

Un’isola non ha una scorta strategica nel senso comune del termine: la sua scorta è quello che sta navigando in questo momento.

Il punto debole non è la nave: è lo scalo

Qui sta la parte che si tende a non guardare. Le flotte, in Italia, sono robuste: se una nave si ferma, un armatore trova il modo di sostituirla, magari noleggiando. Non è quello il rischio.

Il rischio è il porto. Il traffico merci verso le isole è concentrato su pochissimi scali, e dentro quegli scali su pochissime banchine attrezzate a ricevere il Ro-Ro. Non serve un evento catastrofico per metterli fuori uso: basta un incendio in un magazzino, un guasto grave a una rampa, un cedimento su una via d’accesso, un fondale da ridragare d’urgenza. Cose che succedono, e che sono già successe.

La domanda che nessuno pone in tempi tranquilli è semplice: quel traffico, dove lo dirotti? Esiste una banchina alternativa già autorizzata, con la rampa dell’altezza giusta, con una strada dietro capace di reggere quel flusso di camion? E se esiste, qualcuno l’ha mai provata?

Cosa sarebbe un piano, in concreto

Non serve immaginare scenari da film. Un piano di continuità marittima è una cosa noiosa e fatta di elenchi:

  • Quali scali alternativi possono ricevere Ro-Ro per ciascuna isola, con quali limiti di pescaggio e di lunghezza nave.
  • Quali autorizzazioni tenere valide anche quando non servono, invece di doverle rincorrere nell’emergenza.
  • Quali merci hanno priorità se la capacità si riduce: farmaci e alimentari freschi prima dei materiali edili, per dire una cosa ovvia che nell’ora della confusione ovvia non è.
  • Chi comanda. Che è il punto vero: nell’ora zero, chi decide che la nave va a Porto B invece che a Porto A? L’armatore? L’Autorità di sistema portuale? La Regione? Lo Stato?

Il problema non sono le compagnie

Va detto con chiarezza, perché è facile prendere la scorciatoia sbagliata. Gli armatori che servono le isole fanno il loro mestiere: portano merce e passeggeri e rispondono a un contratto. Nessuna compagnia può decidere da sola di attrezzare un porto alternativo, ottenere autorizzazioni che non le competono o stabilire quali merci abbiano priorità in emergenza.

Quelle sono decisioni pubbliche. La continuità territoriale, nel nostro ordinamento, è un impegno dello Stato verso i cittadini delle isole: garantire che i collegamenti ci siano a condizioni accettabili. Finora l’abbiamo declinata quasi solo come questione di prezzo dei biglietti e di frequenza delle corse. Praticamente mai come questione di tenuta del sistema.

La domanda, alla fine

Nel Baltico stanno spendendo soldi e tempo per prepararsi a un giorno che probabilmente non arriverà. È una spesa che nei bilanci non rende niente, e che ha senso solo se la si guarda per quello che è: un’assicurazione.

Da noi quel giorno riguarderebbe sei milioni e mezzo di persone che vivono su due isole grandi, più tutte le minori. Non è una questione di allarmi: è una questione di elenchi che qualcuno dovrebbe avere in un cassetto.

La domanda che vale la pena fare, senza drammi, è solo questa: quell’elenco esiste? ⚓🇮🇹

Foto di copertina: Giorgio Galeotti — Wikimedia Commons, CC BY 4.0