La Danimarca inventa il traghetto di serie. E se lo facesse anche l’Italia?
Cinque comuni danesi hanno messo a gara insieme cinque traghetti elettrici costruiti sullo stesso progetto. Da noi ogni amministrazione riparte da capo: ecco quanto ci costa.
Il 18 agosto cinque municipalità danesi hanno pubblicato una gara europea per cinque nuovi traghetti elettrici a batteria, tutti costruiti sullo stesso concetto: il Danish Standard Ferry. Quattro unità da 40,4 metri e una da 54,6 metri. ⚡
La notizia è passata come l’ennesima nave verde del Nord Europa. Non lo è. La parte interessante non è l’elettrico: è la parola standard.
Cosa vuol dire davvero «traghetto di serie»
Cinque amministrazioni diverse, invece di indire cinque gare diverse per cinque navi diverse, hanno deciso di comprare lo stesso scafo. Stesso progetto, stessa componentistica, stessa impiantistica di bordo.
Le conseguenze si vedono dopo, e sono quelle che contano:
- Ricambi — un magazzino solo serve cinque navi. Il pezzo che serve alla nave di un comune è lo stesso che ha in scaffale il comune accanto.
- Manutenzione — chi sa mettere le mani su una, sa metterle su tutte. La formazione dell’equipaggio e dei tecnici si fa una volta.
- Progettazione — si paga una volta sola, non cinque.
- Ricambio futuro — fra vent’anni, quando andranno sostituite, il progetto esiste già.
Un traghetto pubblico non è un’auto sportiva: fa venti volte al giorno lo stesso tragitto di quattro miglia. Non c’è quasi niente che debba essere unico.
Il dettaglio che nessuno racconta
C’è un particolare che dice molto sulla difficoltà dell’operazione: una prima gara del 2024 era stata ritirata per mancanza di interesse da parte dei cantieri. Nessuno si era fatto avanti.
Questo smonta l’idea che standardizzare sia automaticamente facile. Per un cantiere, cinque navi identiche possono essere un ottimo affare — oppure un impegno rigido, con penali e specifiche condivise fra cinque committenti che devono mettersi d’accordo su tutto. Che i danesi ci abbiano riprovato, correggendo il tiro, è la parte più istruttiva della vicenda.
E in Italia?
Qui c’è un fatto scomodo. Il trasporto pubblico marittimo italiano è frammentato per costruzione: la Sicilia fa le sue gare, la Sardegna le sue, la Toscana le sue, il Lazio le sue, la laguna veneta ha un mondo a parte. Ogni ente scrive il proprio capitolato, con le proprie misure, i propri requisiti, i propri tempi.
Il risultato è che navi che fanno lo stesso identico lavoro — portare persone e auto fra una costa e un’isola vicina, avanti e indietro tutto il giorno — vengono progettate da zero ogni volta. Il costo non è solo nella progettazione: è nei ricambi che non si parlano, nella manutenzione che va reimparata, nei tempi di consegna che si allungano perché nessun cantiere lavora su un modello già rodato.
Non è colpa di nessuno in particolare, ed è esattamente il problema: è un difetto di sistema. Nessuno ha il compito di dire «queste undici navi possono essere la stessa nave».
Cosa servirebbe
Non una legge nuova. Servirebbe una cosa più noiosa e più difficile: un capitolato tipo per il traghetto locale italiano, scritto una volta, che le Regioni possano adottare come base invece di ripartire dal foglio bianco. E, dietro, la volontà di due o tre amministrazioni di comprare insieme.
I danesi ci hanno messo due tentativi e quattro anni. Da noi il primo tentativo non è ancora cominciato. 🇩🇰
Foto di copertina: Hjart — Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0