Ventisette milioni di quote: Brittany Ferries chiude due rotte e mette in vendita due navi
Portsmouth–Le Havre e Poole–Cherbourg spariscono, Barfleur e Cotentin vanno in vendita, e dal primo novembre la rete della Manica cambia forma. La compagnia indica una cifra sola per spiegare il perché: 27 milioni di euro di quote di emissione nel solo 2026.
Brittany Ferries ha deciso di stringersi. Due rotte chiuse, due navi in vendita, e dal 1° novembre una rete della Manica ridisegnata attorno a un nuovo baricentro.
L'annuncio, arrivato con un comunicato intitolato senza giri di parole «dobbiamo adattarci a un mondo nuovo», è di fine giugno; le chiusure diventano operative adesso, fra settembre e novembre.
Che cosa cambia, in concreto
Escono di scena due collegamenti:
- Portsmouth–Le Havre
- Poole–Cherbourg
Sulle date esatte le fonti non vanno d'accordo, ed è giusto dirlo: il comunicato aziendale indica ottobre per Le Havre e novembre per Cherbourg, mentre diverse riprese di stampa anticipano le due chiusure a fine settembre e fine ottobre. Chi ha un viaggio prenotato in autunno faccia il controllo direttamente sulla propria prenotazione.
Dal 1° novembre la rete si ricompone così: la Islander gira su un triangolo Portsmouth–Guernsey–Cherbourg–Portsmouth, mentre la Voyager resta su Poole–Guernsey, con l'opzione di proseguire per Saint-Malo. Cherbourg, insomma, non viene abbandonata: viene riagganciata a Portsmouth invece che a Poole.
E due navi vanno sul mercato: la Barfleur, del 1992, e la Cotentin, del 2007. La Cherbourg–Rosslare, servita finora anche dalla seconda, proseguirà con altre unità: la vendita non chiude la rotta.
Il numero che spiega la decisione
La compagnia mette in fila tre pesi. Due li conosciamo bene: i prestiti Covid ottenuti dallo Stato francese, ancora da restituire per metà, e la prudenza nella spesa dei passeggeri.
Il terzo è quello che dà il titolo: circa 27 milioni di euro di quote di emissione nel solo 2026.
Ventisette milioni non sono una tassa qualunque: sono una voce di costo che non esisteva pochi anni fa e che oggi pesa quanto un investimento. Su una rotta corta ad alta frequenza — dove si consuma tanto per chilometro e si incassa poco a viaggio — quel costo arriva prima e più forte che altrove.
La protesta della compagnia ha un argomento forte e uno debole, e vale la pena tenerli separati.
Il forte: l'ETS non tiene conto degli investimenti già fatti. Chi ha comprato navi ibride, chi ha messo le batterie, chi si è attrezzato per il collegamento elettrico in banchina paga oggi in proporzione a quello che emette adesso, non a quello che ha speso ieri per emettere meno domani. È una critica seria, ed è la stessa che si sente ripetere in tutta Europa.
Il debole: l'ETS lo pagano tutti. I concorrenti che operano le stesse rotte fra due porti europei stanno sotto lo stesso regime. Se una rotta chiude e un'altra no, la variabile decisiva non è la quota di emissione — è il margine che quella rotta faceva prima.
Diverso il discorso sull'accusa di concorrenza sussidiata nella Manica orientale, che la compagnia solleva esplicitamente: è una posizione di parte, non un fatto accertato, e come tale va presa.
La direzione: verso ovest
Guardando la carta, il disegno diventa leggibile.
Le Havre è il punto più a est della rete Brittany Ferries. Ed è il primo a saltare. Il traffico si concentra su Portsmouth–Cherbourg, Portsmouth–Caen, Saint-Malo e la Manica occidentale, dove la compagnia è nata e dove è più difficile che qualcuno le contenda il campo con un tunnel o con una traversata di novanta minuti.
È una ritirata? In parte sì, ed è inutile addolcirla. Ma è anche una scelta industriale coerente: lasciare il segmento dove si compete sul prezzo con chi ha strutture di costo diverse, e presidiare quello dove il valore sta nella traversata stessa — cabine, notte a bordo, animali al seguito, camper, e il fatto che a ovest non ci sono alternative via terra.
Non è un caso isolato
Nella stessa stagione, dall'altra parte del Mare del Nord, DFDS ha migliorato i conti e ha comunque aperto una revisione della strategia. E fra Irlanda e Francia, negli stessi mesi, è nato un collegamento nuovo proprio mentre nella Manica se ne chiudevano due.
Messe insieme, queste tre notizie raccontano una cosa sola: la mappa dei traghetti del Nord Europa si sta riscrivendo rotta per rotta, e non nella direzione del «meno traghetti». Nella direzione delle rotte lunghe, dove la nave vale per quello che è, e non solo per il tempo che fa risparmiare.
Chi in autunno deve attraversare la Manica, intanto, faccia una cosa sola: controlli il porto di partenza sul biglietto. Da novembre, per parecchi, non sarà più quello dell'anno scorso.
Foto di copertina: JOHN K THORNE — Wikimedia Commons, pubblico dominio